LAPO SIMEONI: DALLA FAMIGLIA ALLA SOCIETA', FINO ALLA CONNESSIONE DEL TUTTO

Lapo Simeoni (Orbetello, 1979) è una figura poliedrica nel mondo dell’arte contemporanea: la sua natura eclettica, unita a una profonda conoscenza della storia dell’arte e continua ricerca, lo porta naturalmente a rivestire molteplici ruoli nel settore, che vanno a sommarsi alla sua innata essenza d’artista. Lapo Simeoni è stato infatti gallerista, e pioniere nella rappresentazione della street art, grazie alla Art Lab Contemporary Art Gallery aperta nel 2004 a Grosseto, collezionista, ad oggi detiene infatti un’ampia collezione dedita specialmente ad artisti emergenti, e curatore, anche di mostre museali quali Forever never comes, al Museo Archeologico e d’Arte della Maremma nel 2017. 

La conversazione con Lapo Simeoni ha voluto però porre in evidenza i punti cardine della sua ricerca d’artista, che ovviamente dialoga con le innumerevoli anime della sua essenza, professionale e privata, in un percorso che origina dal livello più intimo dell’uomo, consistente nelle radici familiari, fino a giungere al livello più esterno dello stesso, dato dall’appartenenza a una comunità e alle conseguenti dinamiche sociali.

 

Dalla famiglia al mondo, il mondo nella famiglia

Il principio da cui il tutto origina consta nella famiglia. Lapo cresce in un contesto ricco di stimoli intellettuali: già da bambino, inizia con i genitori a frequentare i luoghi dell’arte, visitando musei d’arte antica, romana, moderna e contemporanea ovunque in Italia e in Europa. L’apertura mentale e culturale dell’ambiente familiare lo porta presto ad indagare il contesto internazionale e a confrontarsi con il fulcro della cultura europea, la città di Londra, in cui vive mentre studia alla Central Saint Martin, e dove entra in contatto con la massima espressione dell’arte contemporanea del tempo, rappresentata dalla New Young British Artists Generation. Dalla famiglia eredita inoltre un carattere nomadico, che lo vede trascorrere lunghi periodi in India, dal 2000 al 2003, e a girare il mondo realizzando writing  ovunque in Europa e in America, fino a trascorrere un periodo a Pechino nel 2008, dopo avere vinto un bando per una residenza e per la realizzazione di una mostra. 

Nonostante l’estrema internazionalità dell’artista, che oggi vive a Berlino, rimane però centrale il legame con l’Italia e, in particolare, con il contesto familiare che Lapo identifica con la Maremma, suo luogo d’origine.

 

                                                              

                                                                                                                                                           Lapo Simeoni, studio view

 

Il luogo quale oggetto d’indagine

I ricorrenti spostamenti di Lapo lo portano necessariamente ad avere un conseguente riscontro nella sua ricerca, maturando un interesse nell’esplorazione e nell’indagine sul luogo e sul ruolo dell’arte quale espressione dello stesso. Il lavoro dell’artista origina infatti dall’interesse nel relazionare l’espressione artistica con una contestualizzazione fisica, che, all’inizio del suo percorso artistico, esprime, in modo quasi innato, attraverso i graffiti. Il lavoro connesso alla street art diviene pietra miliare nel percorso dell’artista, sia a livello di espressione artistica che di ricerca, focalizzata sul legame con il luogo: “la mia concezione era di ricerca di arte in relazione con il luogo in cui la realizzi - ci deve essere una forte connessione di armonia e integrazione tra l’opera e lo spazio. Non può quindi esistere l’opera fine a se stessa senza la contestualizzazione”. 

L’indagine sul luogo torna poi in nuove forme nel percorso dell’artista, che sfrutta la pratica artistica per approfondire le radici locali dei luoghi, ponendole in stretta relazione con il tempo. Un esempio ne è la mostra di Empty City/ Mutant Place | MOVIN’ UP project presso la Art Channel Gallery di Pechino nel 2008: “era una mostra sul luogo, sulla trasformazione dei luoghi. Ho fatto un lavoro sulla trasformazione della città dove facevo fotografie del luogo, ho fatto una catalogazione di una zona del sud est di Pechino che era in trasformazione perché c’erano le Olimpiadi nel 2008, io sono andato tre mesi prima delle Olimpiadi e quindi ho visto buttare giù tutto il tessuto culturale/storico e ricostruire quartieri che sembravano finti”. 

Un’ulteriore sfaccettatura dell’indagine sul luogo avviene con la trasposizione dello stesso in simbolo e la relativa decontestualizzazione, come avviene nel contesto della mostra Viva L’Italia!, organizzata dalla Provincia di Grosseto per i 150 anni dell’Unità d’Italia, per la quale l’artista è stato invitato a presentare opere che rappresentassero l’Italia, includendo anche le piazze italiane, e ponendo in essere uno studio sui monumenti in Italia : “nelle opere c’era il monumento ma non c’era tutto ciò che lo circonda, i monumenti erano quasi sconosciuti, erano del periodo del Risorgimento o dei primi del ‘900. Si è persa infatti la memoria dei monumenti, che diventano delle statuine che non vengono più guardati, quando invece sono dei simboli importantissimi che hanno una storia e a livello artistico e architettonico sono eccezionali”.

 

                                                                     

                                                                                                                                Lapo Simeoni, Hutong - part of the Beijing reportage

 

Il culto dell’oggetto e delle sue vite

L’educazione di Lapo lo porta a maturare un’attenzione ossessiva nei confronti dell’oggetto, non nella concezione di possesso, bensì in termini di rispetto della sua storia e della sua energia, che lo porta a divenire un collezionista di oggetti, di vario genere, e ad impiegare per quanto più possibile l’oggetto nel proprio lavoro. Ancora una volta, questo è un riflesso del contesto familiare di appartenenza: “mio padre era editore dagli anni ‘70 di libri di underground, aveva moltissimi libri e illustrazioni. Mia madre collezionava tutti gli oggetti della sua famiglia, dei suoi nonni, che erano mischiati a tessuti indiani, santini e profeti”. Tali oggetti sono ad oggi parte della collezione e dell’archivio, in corso di sviluppo, dell’artista. 

L’interesse di Lapo nei confronti dell’oggetto si esplica altresì nell’impiego degli stessi nell’opera d’arte, con un particolare riferimento agli oggetti in disuso, che Lapo ricerca e colleziona in maniera ossessiva: “i materiali che trovavo avevano una vita, poi la perdevano e poi si ricreava una nuova vita attraverso l’utilizzo in un contesto diverso rispetto a quello originario”. Da qui si originano opere che contengono, in varia misura, oggetti che appartengono al passato e che sono restituiti a nuova vita grazie all’arte, quali cartoline, fotografie e sculture ritrovate. Un importante esempio è rappresentato dalla serie Things Left Unsaid, su cui Lapo lavora dal 2014 al 2016.

 

                                                                              

                                                                                                                                            Dettaglio, oggetti della collezione di Lapo Simeoni

 

Tale prospettiva è risultato anche di un atteggiamento critico dell’artista nei confronti del consumismo in genere, al quale sceglie di opporsi, nella misura possibile, nel proprio processo di produzione: “mi piace lavorare con i materiali di recupero perché il sistema dell’arte ormai è parte integrante del consumismo. L’arte da una parte è bellezza, dall’altra è un mero prodotto di vendita e parte del mercato economico e alimenta un mercato consumistico assurdo, che deriva anche dalla produzione dell’artista”. In tale senso, l’artista arriva addirittura ad utilizzare lo scarto delle opere per creare altri lavori, come avviene nell’opera Skin, parte della serie Things Left Unsaid, in cui lo scarto dello spray diventa la materia principale del lavoro stesso. 

 

                                                                                                

                                                                                                                                                                                                        Red Skin. spray, plexiglass theca, 27x19 cm

 

L’arte quale strumento di cronaca sociale

Lapo è un osservatore attento delle dinamiche sociali e dei risvolti che esse comportano, dei quali si fa narratore, prevalentemente attraverso la pittura, nel modo più oggettivo possibile, lasciando al fruitore dell’opera uno stimolo di riflessione e la responsabilità dell’interpretazione dell’accadimento descritto. Tale filone di ricerca prende avvio a partire dal 2007, quando inizia un’intensa ricerca sui simboli che la società riconosce in quanto tali, tramutandoli quasi in ossessione, come avviene nel caso dell’Altare della Patria, che l’artista arriva a dipingere per ben 60 volte, ma senza mai imputare colore, mantenendone il distacco interpretativo mediante l’utilizzo del bianco e nero e di sfumature di grigio. L’interpretazione politica che tale tipologia di opera scaturiva nel fruitore ha portato l’artista a volere legittimare il ruolo narrativo che l’arte può adottare nei confronti della società, avviando così una serie di opere relative ai più discussi fatti di attualità, quali Gomorra, l’omicidio di Carlo Giuliani, gli scontri di piazza, fino ad arrivare a fatti di rilievo internazionale, quali la caduta delle Torri Gemelle. Importante per l’artista è il riconoscimento del suo ruolo quale narratore sociale, quasi come fosse un cronista: “Gli elementi che ritraevo erano fatti realmente accaduti, ma io non giudicavo, io facevo semplicemente vedere il fatto”. L’opera diviene quindi un atto di cronaca, lasciando l’interpretazione alla coscienza delle persone (esempi sono le serie Black Out e Illusion of the Perfect century - 2011-2014). 

                                                                                        

                                                                                                                                                                                 Altare della Patria, oil on canvas, 2007

 

L’opera d’arte e la sua valorizzazione

Come precedentemente descritto, Lapo è attento alle dinamiche che lo circondano e, specialmente, lo è di quelle che riguardano il mondo dell’arte, non solo con riferimento alla produzione dell’opera ma anche con riferimento al mercato che essa genera. Fin dall’inizio della sua carriera d’artista si confronta con il sistema dell’arte, divenendone sia operatore nella prospettiva commerciale, rivestendo il ruolo di gallerista e di promotore del lavoro degli artisti, che collocando le sue stesse opere sul mercato: “si vendeva tanto all’epoca, era molto più naturale. Il fattore del commercio c’è sempre stato nell’arte, ma io pensavo più alle mie idee, alla mia crescita personale nella produzione”.

Lapo ha mantenuto nel tempo tale impostazione, maturando, forse inconsapevolmente, anche un interesse nei confronti del mercato e del principale strumento per l’espressione dello scambio, rappresentato dalla moneta, che colleziona ossessivamente, quale simbolo della storia e della cultura del tempo e del luogo cui la moneta appartiene, e che arriva ad integrare nel proprio lavoro, come avviene nelle opere della EU Series del 2018.

In ottica allargata, rientra in questo filone anche l’indagine portata avanti dall’artista sulla relazione tra l’opera d’arte e il suo valore: “nell’arte contemporanea c’è una distinzione piramidale: il rapporto tra l’opera e il suo valore. Il valore dell’opera non è in relazione al valore che può avere nel tempo per il pubblico, una singola opera ha un valore economico che può essere condizionato da tanti fattori ma non da quello principale che è che valore ha per l’umanità”. In questo ambito rientra la concezione dell’opera più iconica del lavoro dell’artista, rappresentata da “25.000 euro”, che consiste in una borsa trasparente contenente banconote da 20 euro tritate dalla Banca Centrale Tedesca, per un ammontare totale di 25.000 Euro. Le banconote, già sminuzzate, sono state successivamente recuperate dall’artista in Germania e raccolte all’interno della borsa. Il prezzo di vendita dell’opera è lo stesso prezzo del valore originario di quelle banconote da 20 euro, al fine di riattribuire alle stesse il valore che era stato loro privato, per un ammontare complessivo di 25.000 Euro. In questo senso, il lavoro diviene spunto di indagine anche sulla valorizzazione dell’opera d’arte da parte del sistema. Per la sua storia e le sue caratteristiche, l’opera è stata selezionata da London Trade Art quale progetto pilota nell’ambito del suo lancio del servizio pooling investment: il valore dell’opera è stato infatti frazionato in 25 quote dal valore di € 1.000 cadauna, offrendo così la possibilità di divenirne co-proprietari. In questo ambito, l’opera si fa rappresentazione perfetta del connubio tra arte e finanza:  “Ė diventata un’opera che da un lato è per tutti però allo stesso tempo è un’opera che può crescere economicamente se il mio lavoro va a crescere nel tempo, rapportandosi quindi con la sua stessa speculazione. Però è allo stesso tempo fatta di soldi, ma i soldi sono tritati… quindi aveva un valore che aveva perso e ora riacquistato però questo valore, data la suddivisione in quote, è un frammento: c’è quindi la frammentazione sia delle quote che dell’opera stessa”.

 

                                                                                              

                                                                                                                                                                         25.000 Euro, 160x40x40 cm, 2015.

 

Il futuro quale ponte con il passato

Le prospettive future del lavoro di Lapo altro non sono se non un’evoluzione integrata dei molteplici temi che, in varia misura, hanno stimolato e caratterizzato la sua espressione artistica negli anni: “I lavori che vorrei fare sono sempre di più in rapporto con la storia della società e la storia familiare. Sto creando una timeline decomposta e ricomposta creando più piani temporali, e lo vorrei fare inserendo sempre di più elementi della mia famiglia, oggetti o immagini personali, fotografie, immagini che si riflettono con la storia della mia vita. Diventano personali ma anche interpersonali perché rappresentano un tipo di vita che non è stato svelato più di tanto”. 

Attualmente, l’artista vive un momento meditativo dedito alla pittura, soluzione che consente di creare un nesso contemporaneo tra ciò che è, solo temporalmente, passato e ciò che, in divenire, rappresenta il futuro. Simbolo di questa ricerca è la serie l’Annunciazione, ispirata a un lavoro di Simone Martini (Annunciazione tra i Santi Ansano e Margherita del 1333, esposta al Museo degli Uffizi), che pone al centro dell’indagine le ali di pavone, che nella cultura araba rappresentano l’apertura verso l’universo, quale strumento per una connessione spirituale con l’aldilà. Ancora una volta l’indagine parte dall’interiorità dell’artista, divenendo però facilmente oggetto di riflessione sociale, ponendo al centro la famiglia, i rapporti tra uomo e spirito, tra la vita e la morte, e gli innati interrogativi dell’uomo sull’esistenza del tutto.

                                                                         

                                                                                                                                 Annunciazione 3, oil and ink on canvas, 30 x 24 cm, 2020.


 

Lapo Simeoni (1979) ha studiato a Londra alla Central Saint Martins College of Art and Design ed attualmente vive e lavora a Berlino. Principali esposizioni: What Goes Around Comes To Art, Herrick Gallery, Londra (2018), Diorama / Napoli, Intragallery, Napoli (2018),

Forever Never Comes, Archeological and Art Museum of Maremma (Grosseto) (2017);

Bonelli Lab Gallery, Canneto sull'Oglio Mantova (2017); Biennale de La Biche, Guadalupe island (2016); Albornoz Museum, Narni; Reggia di Caserta (2016); Bocs Art, Cosenza (2015); The Gras Grows, Basel; The Format Gallery, Milano (2014);  Kunstverein Kreis Gutersloh (Germania) (2013); De Krabbedans exposities, Kunstinstuitleen, Eindhoven (Holland); Giovanni Fattori Civic Museum, Livorno (2012); Art Channel Gallery Beijing (Cina) (2008).

 

Opere disponibili sul sito di LTArt


 

Jessica Tanghetti - Febbraio, 2020


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